di e con Gioele Dix
disegno Luci Carlo Signorini
audio Giuseppe Pellicciari (Mordente)
produzione Giovit
Dopo il tutto esaurito dello scorso anno, Gioele Dix torna con il suo monologo intenso, personale e divertente centrato sull’idea della paternità.
Con la sua affilata ironia e pescando dalla sua storia personale e dagli autori che più ama, racconta e approfondisce una vicenda letteraria e umana. «Vorrei essere figlio di un uomo felice», confida Telemaco alla dea Atena – nel primo canto dell’Odissea – appena prima di partire alla ricerca del padre mai conosciuto; un viaggio tra mare e terra che gli riserverà sorprese e incontri catartici. Un recital vivace che racconta il percorso di un figlio che prova a uscire dall’ombra per imparare a vivere, perché c’è sempre un momento nel quale si decide di non essere più figli e si inizia a esplorare la vita e percorrere, ciascuno a suo modo, la propria strada.
Da tempo, anzi forse da sempre, Gioele Dix non è solo un comico. La sua “animalità” da palcoscenico è al servizio di una ricerca d’autore. Poi il garbo sornione, il talento per la battuta, il sound dell’umorista rendono i suoi esercizi di pensiero terribilmente divertenti, ma lo spasso è un mezzo non un fine. La sua è un’affabulazione elegante, esistenzialista, quasi jazz nel gusto per la variazione.
Sara Chiappori - la Repubblica
Dix, a suo tempo figlio in conflitto con il genitore, è ora padre contestato. Il destino di ognuno. Lo dice la filastrocca irridente e d’autore con cui esordisce: I borghesi di Gaber. In un via vai continuo, fuori e dentro il testo omerico approfondisce e divaga: ricordi personali, aneddoti, “storiellette”, ulteriori rimandi letterari (Auster, Kundera...). Lo spettacolo scorre punteggiato di convinte risate.
Adriana Marmiroli - La Stampa
Allo spettatore basta poco per godere di (e insieme con) questi greci poliamorosi e politeisti, disinibiti e goderecci, con un dio sempre a portata di mano, persino nelle sciagure, e l’irrituale capacità di trasformare una celebrazione in una grigliata. Sono i nostri antenati eroici e, proprio per questo, terribilmente emotivi: quando non fanno la guerra, o l’amore, passano il tempo a piangere.
Camilla Tagliabue - Il Fatto Quotidiano

